Scambio di Coppia
I vicini scambisti..Cena a Tre Seconda Parte
11.11.2025 |
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"*
Quando Katia venne — gridando il mio nome, le unghie conficcate nelle mie spalle — Franco mi morse il labbro, appena..."
Franco lasciò cadere la cintura sul pavimento. Il rumore fu secco. Definitivo.
Come la chiusura di un patto.
Katia non si mosse dalle mie ginocchia. Anzi — strinse le cosce intorno alle mie, un gesto possessivo, quasi protettivo. Poi mi baciò di nuovo, più lentamente questa volta, come per dirmi: *respira. Va tutto bene. Sei al sicuro. Sei desiderato.*
Franco fece un passo avanti. Poi un altro.
Si fermò accanto a noi. Allungò una mano — non verso di me, non subito — verso il collo di Katia. Le sfiorò la nuca con le dita, le scostò i capelli, e le baciò la tempia. Un gesto tenerissimo. Intimo. *Condiviso.*
«Ti è mancato?», le chiese, guardandomi per la prima volta negli occhi.
Lei annuì, senza voltarsi.
«Sì. Ma non quanto a lui è mancata *me*.»
Franco sorrise. Poi — finalmente — mi guardò davvero. Non con gelosia. Con *riconoscimento.*
«Allora dimostraglielo», disse.
E fece un passo indietro.
Non per uscire. Per *lasciare spazio*.
Fu Katia a guidare tutto.
Mi prese per mano e mi fece alzare. Poi, senza fretta, mi sbottonò i pantaloni. Il tessuto scivolò a terra. Restai in piedi, con solo i boxer neri, il cazzo già duro, pulsante, visibile sotto il cotone sottile.
Lei si inginocchiò.
E mentre mi liberava, mentre le sue labbra si chiudevano intorno a me — calde, umide, esperte — sentii Franco avvicinarsi alle mie spalle.
Non mi toccò subito.
Mi *annusò*.
Sì. Proprio così.
Si chinò appena e inspirò lungo la mia nuca, il collo, la spalla. Un gesto animale, primordiale. Di *possesso*, sì… ma anche di *approvazione.*
«Hai un buon odore», disse, a bassa voce.
«Pulito. Eccitato. Giusto.»
Poi la sua mano scese — lungo la mia schiena, sui fianchi, fino a fermarsi sulla curva delle natiche.
Una pressione leggera.
Poi più forte.
Poi… un dito, scivolato con delicatezza tra le pieghe, appena sfiorando l’ingresso.
Trattenni il fiato.
Katia sollevò gli occhi su di me, le labbra ancora intorno al mio cazzo, e sorrise.
Un sorriso che diceva: *sì, è così che funziona. Sì, è questo che volevi. Sì, puoi fidarti.*
Franco non forzò. Aspettò.
Aspettò che il mio corpo si rilassasse. Che il piacere della bocca di Katia mi sciogliesse i muscoli, mi aprisse la mente.
E quando gemetti — un gemito lungo, roco, incontrollato — fu allora che il suo dito entrò.
Lentamente.
Profondamente.
Solo uno. Ma sufficiente a farmi piegare le ginocchia.
«Bravo», sussurrò Franco, vicinissimo al mio orecchio.
«Sei così ricettivo… È bellissimo.»
Katia si staccò, con un ultimo, lento colpo di lingua sulla punta. Si alzò in piedi, nuda ormai — si era sfilata il vestito mentre ero perso nel piacere — e mi prese per mano.
«Vieni», disse.
«Ora sul tavolo. Come la prima volta. Ma non da solo.»
Mi guidò verso il tavolo. Lo stesso. Il legno freddo, lucido, ancora segnato da un graffio lasciato da un’unghia di Selene settimane prima.
Mi fece distendere sulla schiena.
Poi salì su di me — a cavalcioni — e mi guidò dentro di sé con un sospiro.
Franco non si unì subito.
Si sedette su una sedia poco distante, i pantaloni aperti, il cazzo in mano, a *guardare*.
Ma non come spettatore.
Come regista. Come complice. Come uomo che gode del piacere degli altri quasi più del proprio.
E mentre Katia cominciò a muoversi — lenta, poi veloce, i seni che danzavano, i capelli che le cadevano sul viso — Franco si alzò.
Si avvicinò.
Si inginocchiò accanto a me.
E mentre sua moglie mi cavalcava, lui mi baciò.
Un bacio vero.
Lingua, calore, dominio dolce.
Non c’era competizione. C’era *completamento.*
Quando Katia venne — gridando il mio nome, le unghie conficcate nelle mie spalle — Franco mi morse il labbro, appena.
«Tocca a te», sussurrò.
E fu allora che venni — dentro di lei, con la bocca ancora sulle sue, con le mani di Franco che mi tenevano fermo, come se volesse *custodire* il mio piacere.
Rimanemmo così per minuti.
Tre corpi intrecciati.
Respiri sincronizzati.
Silenzio pieno.
Poi Katia si staccò, scese dal tavolo, e andò in cucina. Tornò con tre bicchieri e la bottiglia di Barolo, ormai quasi vuota.
Ne versò uno per ciascuno.
Alzò il suo.
«Alla fiducia», disse.
Franco alzò il suo.
Io il mio.
E mentre bevevamo, Franco mi guardò e disse, con semplicità assoluta:
«La prossima volta, vorrei che fossi tu a toccare *lei* mentre io guardo.»
Katia sorrise, appoggiando la testa sulla sua spalla.
«Già lo fa», disse.
«Solo che tu non l’hai mai visto.»
E io capii:
non ero entrato nel loro mondo.
Ero sempre stato dentro.
Aspettavo solo che aprissero la porta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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